Localizzazione dell'intervento

Un intervento non facile da riconoscere ma fondamentale per l’opera idraulica e l’intero Lungarno Amerigo Vespucci

Il Consorzio interviene, in accordo con la Regione Toscana, a rafforzare ancora una volta i Lungarni. Questa volta a seguito di una segnalazione pervenuta nello scorso marzo al Consorzio di Bonifica dal Settore Genio Civile Valdarno Superiore e riguardante un dissesto di una porzione di piarda in destra idraulica del Fiume Arno tra la Pescaia di Santa Rosa ed il Ponte Amerigo Vespucci.

Ma cos’è la “piarda”? Con il termine “piarda” viene designato, nei fiumi arginati, quell’ambito perifluviale pianeggiante, detto anche golena aperta, compreso fra la sponda e l’argine maestro. Quando invece la sponda fluviale corrisponde alla scarpata arginale, non esistendo la piarda, l’argine stesso viene denominato “in froldo”.

A seguito della recente rottura della Pescaia detta delle Cascine i livelli del Fiume Arno a monte si sono conseguentemente abbassati, tale fenomeno ha messo in evidenza un dissesto di una porzione di piarda in destra idraulica tra la Pescaia di Santa Rosa ed il Ponte Amerigo Vespucci, ovvero si è evidenziato lo svuotamento del materiale di riempimento che era posizionato al di sotto, appunto, della piarda.

In sostanza, il lavoro è servito a ripristinare il piano di appoggio della piarda esistente ed evitare il dissesto andando dapprima a rimuovere e poi a riposizionare la scogliera in massi irregolari sciolti posizionati proprio lì davanti e infine andando a riempire il più possibile, con un getto di calcestruzzo, l’intercapedine al di sotto della stuttura golenale.

“Un altro tassello di quella continua e costante manutenzione idraulica del nostro fiume anche all’interno del tratto cittadino – è il commento del Presidente del Consorzio di Bonifica Marco Bottino – un lavoro preziosissimo di vigilanza e cura dell’Arno che il Consorzio di Bonifica compie, in accordo con il Genio Civile, giorno dopo giorno, senza grande clamore o riconoscimenti secondo quello che io chiamo il ‘modello toscano’ della difesa del suolo”.