I risultati dell’indagine condotta dall’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani: “Dal 1999 al 2025 gli investimenti per ridurre il rischio idrogeologico in Italia sono stati in media lo 0,05% del Pil”

I danni provocati dal Ciclone Harry, abbattutosi tra il 16 e il 23 gennaio 2026 sul mediterraneo occidentale e in particolare sulle regioni del sud Italia (Sicilia, Calabria, Sardegna), ha forzatamente riportato al centro del dibattito pubblico e politico il tema del dissesto idrogeologico e degli investimenti necessari alla sua mitigazione. Una riflessione in merito all’interrogativo su come affrontare la necessità di efficientare i nostri sistemi di prevenzione, arriva dall’analisi dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, che documenta venticinque anni di spesa pubblica e le persistenti difficoltà nel ridurre l’esposizione al rischio della popolazione. 

Secondo l’ultimo rapporto di ISPRA (Istituto Nazionale per la protezione e la ricerca ambientale), quasi un quarto del territorio nazionale (23%) è classificato a pericolosità da frana. In queste aree vive circa il 10% della popolazione italiana. Il quadro complessivo è ancora più critico se si guarda alla diffusione del rischio: il 95% dei comuni presenta porzioni di territorio esposte a frane, alluvioni, valanghe o erosione costiera. Dal 1999 al 2025, l’Italia ha investito mediamente lo 0,05% del Pil annuo per contrastare questo fenomeno. Sebbene le risorse siano aumentate sensibilmente dopo il 2019 — arrivando allo 0,11% del Pil grazie all’integrazione dei già stanziati fondi del Ministero dell’Ambiente, di risorse provenienti da Protezione Civile e Ministero dell’Interno,  la capacità di tradurle in opere concrete resta il vero “tallone d’Achille” del sistema. Difatti, l’analisi dell’OCPI su dati ReNDiS (Repertorio Nazionale degli Interventi per la Difesa del Suolo) ) evidenzia che appena il 46% degli importi stanziati riguarda opere effettivamente concluse o in esecuzione. Esaminando la mappa dell’efficienza, emerge una frattura netta tra le diverse aree del Paese. In cima alla classifica troviamo la Liguria, che è riuscita ad avviare o concludere il 68% dei lavori programmati. All’estremo opposto si posiziona invece la Campania, dove la quota crolla drasticamente al 30%. Secondo i ricercatori, il divario di velocità su cui viaggiano Nord e Sud Italia, sarebbe primamente dovuto alla natura stessa degli interventi. Al Sud i progetti tendono a essere molto più costosi e complessi: se la media nazionale per singolo intervento è di 750mila euro, in regioni come Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia si supera sistematicamente il milione di euro. Progetti più “pesanti” comportano inevitabilmente tempi di progettazione ed esecuzione molto più lunghi, lasciando i territori esposti per anni alla furia degli elementi.

Un altro dato poco confortante riguarda l’esposizione al rischio della popolazione. Nonostante i quasi 28mila interventi finanziati negli ultimi venticinque anni, il rischio non accenna a diminuire. Tra il 2015 e il 2024, la percentuale di italiani che vive in zone a rischio frana elevato è salita dal 2,1% al 2,2%. Ancora peggiore il quadro relativo alle alluvioni: la popolazione esposta a rischio elevato è passata dal 3,2% (2015) al 4,1% (2021). Solo pochissime realtà, come l’Emilia-Romagna e il Piemonte, sono riuscite a invertire la tendenza sul fronte del rischio alluvionale.
Nemmeno i fondi del PNRR sembrano aver impresso, per ora, la svolta sperata: la percentuale di interventi avviati o conclusi legati a queste risorse è ferma a un misero 4,6%. Al contrario, i risultati migliori si erano registrati tra il 2015 e il 2020 con la struttura “ItaliaSicura”, che aveva portato la quota di cantieri aperti al 90%. Oltre alla gestione dei cantieri, l’OCPI suggerisce la necessità di rafforzare la protezione finanziaria dei cittadini. In Italia, solo il 7% delle abitazioni è coperto da una polizza contro i disastri naturali, contro l’80% della Francia e il 90% della Germania. L’estensione dell’obbligo assicurativo anche ai privati potrebbe alleggerire la spesa pubblica — basti pensare che i soli danni delle alluvioni in Emilia-Romagna del 2023 sono stati stimati in 8,5 miliardi di euro — garantendo al contempo una ricostruzione più rapida e certa.
In definitiva, la lezione che arriva dai dati è chiara: senza una drastica semplificazione burocratica e un cambio di passo nella progettazione, l’Italia continuerà a inseguire l’emergenza invece di prevenirla
cred: https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-Gli%20investimenti%20per%20ridurre%20il%20rischio%20idrogeologico.pdf