Atto costitutivo del Consorzio di Bonifica della Val di Pesa, 1933 (pag. 1)

di D. Vergari – DOI 10.5281/zenodo.3255289

Il termine Chianti oggi viene utilizzato in modo ampio per indicare un vino, un luogo e anche, in qualche modo, uno stile di vita.

Al di là degli usi più ampi del lemma, il Chianti, per noi rappresenta prima ancora del vino, un’area vasta che i geografi hanno denominato “a geografia variabile” intendendo così che i confini dell’area siano mobili e, talvolta, confusi e imprecisi, modificandosi nel tempo a seconda dei tematismi affrontati o delle attività esaminate.

Storicamente, e da un punto di vista amministrativo, si parte così da una definizione del territorio del Chianti identificato come quello dell’omonima Lega medievale, costituita nel 1384 dalla Repubblica Fiorentina, per fini amministrativi e soprattutto militari, per arrivare, alcuni secolo dopo ad una definizione “commerciale” del territorio chiantigiano quando, sul tramontare dell’età medicea, nel 1716, un bando per la commercializzazione del vino definiva per la prima volta con precisione i confini del Chianti come quelli:

dallo Spedaluzzo fino a Greve; di lì a Panzano, con tutta la Podesteria di Radda, che contiene tre terzi, cioè Radda, Gajole e Castellina, arrivando fino al confine dello Stato di Siena (1).

Confini labili, dunque, definiti al solo fine commerciale di tutelare quello che è ancora oggi uno dei prodotti più importanti del territorio – il vino – e per questo destinati nel tempo a subire, proprio in virtù delle nascenti esigenze commerciali, variazioni e rimaneggiamenti.
A conferma di ciò pochi decenni dopo, Saverio Manetti (alias Cosimo Villifranchi) autore di un celebre trattato di enologia, ridefinisce in modo vago i confini dell’area:

“Il territorio del Chianti si valuta di trenta o quaranta miglia, ed i principali luoghi, nei quali si raccoglie, o si fa il miglior Vino, conosciuto da tutta l’Europa sotto tal nome, sono Ama, Broglio, la Castellina, San-Sano, e Cacchiano”. (2)

E a ribadirne i caratteri mobili dei confini ai fini commerciali aggiunge:

“Alcuni padronati, e Venditori di Vini, stendono il Territorio del Chianti a molto più di quello, comprendendovi il Pian di Cascia, ed il Pian di Scò…” (3)

Al di là delle numerose definizione che si possono trovare il territorio del Chianti nel corso dei secoli venne definito spesso in modo vago e impreciso fino a quando, negli anni ’30 del secolo scorso, si arrivò ad una sua identificazione precisa – funzionale, è bene ricordarlo, alla tutela del vino. Lo sviluppo del commercio del vino, la crisi produttiva francese a causa della fillossera, la crescente domanda da parte dei paesi quali Stati uniti e Gran Bretagna, dettero spazio ai vini italiani fra i quali primeggiava il Chianti la cui produzione non bastava certo a soddisfare la domanda internazionale e nazionale.
Per limitare l’abuso del nome, contrastare le contraffazioni e mantenere alto il livello di qualità i produttori dei comuni di Radda, Castellina e Gaiole cercarono di tutelare il prodotto costituendo l’embrione del Consorzio di tutela del Chianti Classico.
Tuttavia il termine Chianti era ormai diffuso in gran parte della Toscana (e noto in tutto il mondo) e indicava non tanto l’area quanto una modalità di fare il vino (all’uso Chianti) e sarebbe stato difficile estromettere un gran numero di aziende agricoli e commercianti vitivinicoli che proprio grazie all’estensione del termine Chianti in aree limitrofe a quelle tradizionali dovevano la loro fortuna economica. (4)
Nel 1955, durante il 1° convegno del Chianti tenuto presso l’Accademia dei Georgofili di Firenze, il territorio del Chianti venne definito – in una chiave di maggiore respiro e non solo legata al vino – come composto interamente da 4 comuni (Greve, Radda, Gaiole e Castellina) e di parte dei comuni di San Casciano, Tavarnelle in val di Pesa, Barberino Val d’Elsa, Poggibonsi e Castelnuovo Berardenga per complessivi 71.803 ettari di superficie.

Passando dal vino all’acqua, nello stesso periodo in cui nasceva il primo Consorzio di tutela del Vino, veniva costituito anche il Consorzio di Bonifica della Val di Pesa di cui tracceremo alcuni elementi storici non conosciuti ai più.
L’area della Val di Pesa, profondamente incuneata nel territorio tradizionale del Chianti, nel corso degli anni fra le due guerre fu oggetto di numerose difficoltà economiche, legate soprattutto all’infezione fillosserica che stava danneggiando gravemente la viticoltura della zona. (5)
Per tali problemi la Val di Pesa poteva rientrare tra i comprensori soggetti a trasformazione fondiaria di pubblico interesse, a norma dei DD.LL. 18.05.1924 n.753 e 29.11.1925 n.24646. Il Consorzio di Bonifica, sulla spinta dei grossi proprietari terrieri – e fra di loro molti erano produttori di vino del Chianti Classico – interessati ad usufruire delle agevolazioni e dei fondi pubblici per la legge della Bonifica integrale, fu costituito ufficialmente con Regio Decreto del 05.01.1933, prima come “Consorzio per la trasformazione fondiaria della Val di Pesa” e poi – dal come “Consorzio di bonifica della Val di Pesa”, ai sensi dell’art. 107 del R.D. 13.02.1933 n.215.
Il Consorzio – obbligatorio ai sensi di legge, di cui facevano i più importanti proprietari della zona come Ludovico Antinori, Carlo Augusto Avet, Ferdinando Frescobaldi, Lorenzo Bini Smaghi, Emanuele Corsini, Leone de Renzis Sonnino, Lorenzo Guicciardini, Giulio Peruzzi – venne costituito con D.M. 24.03.1933, n.996 ed operò nel corso degli anni ’30 del secolo scorso con opere varie e lavori di sistemazione idraulico agraria del Fiume Pesa, del Torrente Virginio e degli affluenti più dissestati. Gli interventi riguardarono le sistemazioni idraulico-agrarie delle pendici franose con particolare riguardo alle pendici argillose, la costruzione della viabilità principale di fondo valle, l’estensione della rete elettrica ed altre opere di bonifica integrale oltre ad indicare le specifiche tecniche e la stima dei costi per la ricostruzione dei vigneti danneggiati dalla Fillossera.
Superata il difficile periodo bellico il Consorzio fu attivo, nell’ultimo dopoguerra, nella ricostruzione delle aree rurali danneggiati dal passaggio del fronte e poi, nella gestione del fiume Pesa e dei suoi affluenti.
Sarà solo nel 1994 che, su indicazione della Legge Regionale n. 34/947, l’intero territorio regionale sarà suddiviso in Comprensori di bonifica intese come “unità omogenee sotto il profilo idrografico e funzionali in rapporto alle esigenze di coordinamento e di organicità dell’attività di bonifica” (Cit. art 5) definendo anche il Comprensorio n. 22 che assumerà il nome di “Colline del Chianti” con una estensione di circa 73.143 ettari (di cui 65.523 ha in provincia di Firenze, 7.594 ha in provincia di Siena e 26 ha in provincia di Arezzo) con 17 comuni più o meno territorialmente interessati. Il limitrofo comprensorio di bonifica (n. 21 – Valdelsa) è riconducibile al territorio chiantigiano solo grazie alla presenza del Torrente Staggia, affluente dell’Elsa. (8)
La gestione delle attività di bonifica fu affidata quindi prima al pre-esistente Consorzio di Bonifica della Val di Pesa che, nel 1998, cambiava la propria denominazione in Consorzio di Bonifica delle Colline del Chianti e poi, nel 2008 con l’attribuzione del comprensorio della Valdelsa, la denominazione di Consorzio di bonifica per la difesa del suolo e la tutela dell’ambiente della Toscana Centrale”.
Con la riforma e l’accorpamento dei procedenti Consorzi di Bonifica, del 2012, ora le acque del Chianti sono gestite dal Consorzio di Bonifica 3 Medio Valdarno.

Per saperne di più:
D. Gaggio, The Shaping of Tuscany: Landscape and Society between Tradition and Modernity. Cambridge University Press, 2016.
G. Guanci, F. Nucci, S. Matteini, D. Vergari, Acque del Chianti – Viaggio alla scoperta di tre fiumi (Greve, Pesa, Elsa). Edizioni medicea, 2012.
I. Moretti, L. Rombai, Per una definizione spaziale del territorio chiantigiano. Il Chianti, storia, arte, cultura, territorio. Polistampa, 2016.

(1) Cit. Bando del 24 settembre 1716 Sopra la Dichiarazione dé Confini delle quattro Regioni Chianti, Pomino, Carmignano, e Val d’Arno di Sopra. Sul Chianti si veda i lavori di Italo Moretti, Leonardo Rombai e Renato Stopani che nel tempo hanno realizzato, insieme ad altri collaboratori, documenti fondamentali per la storia del Chianti. Sempre sul Chianti rimandiamo a I. Moretti, L. Rombai, Per una definizione spaziale del territorio chiantigiano. Il Chianti, storia, arte, cultura, territorio. Polistampa, 2016.

(2) Cfr. http://www.georgofili.info/detail.aspx?id=2912 dove è possibile leggere l’opera intera di Saverio Manetti (C. Villifranchi), Oenologia toscana o sia Memoria sopra i vini ed in specie toscani scritta a vantaggio del paese, Firenze, per Gaetano Cambiagi stamp. granducale, 1773, T. II, p. 19.

(3) S. Manetti (C. Villifranchi), Oenologia op. cit., T. II, p. 26.

(4) Il primo consorzio fra produttori (il primo in Italia) vitivinicoli venne istituito il 14 maggio 1924 a Radda in Chianti dove 33 produttori promossero la costituzione di un Consorzio per la difesa del vino Chianti e della sua marca d’origine utilizzando per la prima volta il simbolo del Gallo Nero. Nel 1927, ad opera di alcuni viticoltori delle provincie di Firenze, Siena, Arezzo e Pistoia venne istituito il Consorzio Vino Chianti. Un decreto ministeriale del 1932 individuò sette distinte zone di produzione del vino Chianti riconoscendo, a quello prodotto nei confini geografici del Chianti, caratteri distintivi tali da permettersi di chiamarsi “Chianti Classico”. Con lo stesso decreto ministeriale viene anche creato il Consorzio Chianti che riconosce a diverse aree della Toscana di potere utilizzare il termine Chianti. I due Consorzi rimasero uniti fino al 1996 quando con il decreto ministeriale del 5 agosto 1996 il Chianti Classico divenne finalmente una DOCG autonoma, con un disciplinare di produzione distinto da quello del vino Chianti. Per una storia più completa rimandiamo a Antonio Saltini, Vino, conti e contadini. Cinquant’anni di scontri per le denominazioni del Chianti, Firenze, Nuova Terra Antica, 2009.

(5) La grave infezione fillosserica, nel 1932, non aveva ancora raggiunto la parte centrale del Chianti ma aveva portato ad una riduzione della produzione vinicola – in pochi anni – di più del 50% nella zona di San Casciano e di San Vincenzo a Torri. Cfr. Archivio CBMV, Piano Generale di Bonifica 1933 ed INEA, Mezzadri di Val di Pesa e del Chianti, Treves, Roma 1931. Nel 1933 il Consorzio elaborò un proprio Piano Generale di Bonifica – approvato poi dal competente ministero nel 1935. Tale Piano fu modificato nel 1979 con un nuovo documento programmatico (Piano Generale di Massima di Opere Pubbliche di Bonifica del Comprensorio della Val di Pesa).

(6) La Val di Pesa fu riconosciuta come tale con R.D. 20.11.1930 n.1722, registrato alla Corte dei Conti il 7.1.1931 al registro n.104 foglio 13 e con il D.M. 26.1.1932 n.136, venne approvata la proposta di delimitazione del comprensorio costituito dai terreni del bacino del Torrente Pesa, affluente di sinistra del Fiume Arno per una estensione complessiva di ettari 33.900, di cui 26.260 in provincia di Firenze e 7.640 in provincia di Siena.

(7) LRT n.34 del 05.05.1994 “Norme in materia di bonifica”.