Il legame tra acqua e cambiamenti climatici è sempre più profondo. Gli eventi climatici sempre più estremi, tra alluvioni e siccità, stanno mettendo ogni giorno in primo piano l’importanza di ridurre gli sprechi di questa preziosa risorsa fondamentale per la vita umana. “L’acqua come ponte verso la pace piuttosto che fonte di conflitto” è l’appello lanciato da Legambiente e dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, con il focus “Acqua, conflitti e migrazioni forzate: la corretta gestione delle risorse idriche come strumento di stabilità e pace” presentato in occasione della Giornata mondiale dell’acqua 2024 (World Water Day), quest’anno dedicata proprio al tema della risorsa idrica come strumento di pace.
La crisi idrica globale, diretta conseguenza della crisi climatica (che si manifesta con l’intensificarsi di eventi meteorologici estremi, come siccità, alluvioni e tempeste) e della gestione insostenibile delle risorse idriche, rappresenta una minaccia per il Pianeta ma anche per la pace. Infatti, la gestione e il controllo delle risorse idriche porta sempre di più all’aggravarsi di tensioni e conflitti nelle aree più vulnerabili del mondo con impatti violenti sul futuro delle popolazioni, costrette a fuggire, talvolta verso insediamenti o campi esposti a gravi rischi climatici e dove è sempre più difficile fornire servizi idrici e igienico-sanitari. Secondo il secondo rapporto Groundswell della Banca Mondiale, si prevede che entro il 2050 circa 216 milioni di persone potrebbero essere costrette a migrare a causa degli impatti climatici, tra cui lo stress idrico.
In Italia la disponibilità di acqua nel 2023 conferma il trend negativo registrato da diversi anni, anche se, come mostrato dalle stime del Bigbang (modello idrologico nazionale realizzato dall’Ispra) può considerarsi un anno in ripresa rispetto al 2022. Lo fa sapere l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale proprio in occasione di questa giornata. Lo scorso anno nel nostro Paese la disponibilità di risorsa idrica è stata stimata in 112,4 miliardi di metri cubi, a fronte di un valore di precipitazioni totali di 279,1 miliardi di metri cubi. Nel corso dell’anno si è comunque manifestata una certa ripresa rispetto al 2022, anno in cui la disponibilità di risorsa idrica ha raggiunto 67 miliardi di metri cubi, il minimo storico dal 1951 e corrispondente a circa il 50% della disponibilità annua media (137,8 miliardi di metri cubi), calcolata sul periodo 1951–2023. Inevitabili le conseguenze sull’agricoltura.
In Italia gli invasi hanno una media di 60 anni, con il 70% in piena funzione. Solo l’11% dell’acqua piovana viene trattenuta e la rete dell’acqua potabile perde il 42% tra quella immessa e quella erogata. “Oggi la maggior parte dell’acqua piovana – sottolinea Coldiretti – va a finire nei 230mila chilometri di canali lungo il Paese e finisce nel mare, con una tendenza accentuata dagli effetti dei cambiamenti climatici. L’alternanza di lunghi periodi di siccità a violente ondate di maltempo fa sì che i canali asciutti favoriscano lo scorrimento rapido delle piogge”.
A rendere meno severa nel 2023 la diminuzione della disponibilità di risorsa idrica, ha contribuito l’elevato volume di precipitazioni di maggio, stimato in circa 49 miliardi di metri cubi, che è stato, a livello nazionale, più del doppio di quello che mediamente caratterizza lo stesso mese, stimato in circa 23 miliardi di metri cubi sul lungo periodo 1951–2023. In questo mese in Emilia-Romagna, in Sicilia e in minor parte in Calabria, si sono registrati localmente valori cumulati di pioggia addirittura superiori di oltre sei volte le medie del periodo. In particolare, queste piogge intense e concentrate nella prima metà del mese, sono state la causa dei tragici eventi alluvionali in Emilia-Romagna.
Attualmente, l’Italia è caratterizzata da quattro diverse condizioni di severità idrica: alta in Sicilia, media in Sardegna, bassa nei distretti dell’Appennino Centrale e dell’Appennino Meridionale (quest’ultimo però con tendenza a severità media);normale per i distretti idrografici del Fiume Po, delle Alpi Orientali e dell’Appennino Settentrionale.
Occorre tener presente che, come evidenziato dalle analisi sul bilancio idrico a scala nazionale condotte dall’Ispra in collaborazione con l’Istat, condizioni di stress idrico possono verificarsi anche in anni non siccitosi e con larga disponibilità di acqua, anche superiore alla norma, a causa del ruolo significativo dei prelievi di acqua dai corpi idrici.










