{"id":9466,"date":"2023-12-04T11:25:24","date_gmt":"2023-12-04T10:25:24","guid":{"rendered":"https:\/\/www.mediovaldarno.it\/news\/?p=9466"},"modified":"2023-12-04T11:32:13","modified_gmt":"2023-12-04T10:32:13","slug":"dissesto-idrogeologico-le-cose-da-fare-e-soprattutto-quelle-da-non-fare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.mediovaldarno.it\/news\/dissesto-idrogeologico-le-cose-da-fare-e-soprattutto-quelle-da-non-fare\/","title":{"rendered":"Dissesto idrogeologico, le cose da fare e (soprattutto) quelle da non fare"},"content":{"rendered":"<h3>Il professor Nicola Casagli, geologo dell\u2019Universit\u00e0 di Firenze, interviene nel merito della tragica alluvione che ha colpito la Toscana: \u201cInvece che cimentarsi in un\u2019inutile caccia al colpevole bisognerebbe concentrare l\u2019attenzione su ci\u00f2 che \u00e8 utile per mitigare il rischio\u201d<\/h3>\n<p>\u00c8 successo di nuovo: le prime forti piogge autunnali hanno prodotto alluvioni e frane con ingentissimi danni alla popolazione, alle strutture e alle infrastrutture, ai beni culturali e all\u2019ambiente. Eppure a Firenze la stessa cosa \u00e8 accaduta almeno 56 volte negli ultimi mille anni (in media un\u2019alluvione ogni 18 anni) e nell\u2019area della Piana di Firenze-Prato-Pistoia quattro volte solo nell\u2019ultimo secolo: nel 1926, 1966, 1991 e 1992 (in media ogni 25 anni e sempre fra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre).<\/p>\n<p>Invece di riflettere sulle reali cause del problema, molti si stanno lanciando nella ricerca del colpevole, del capro espiatorio, nell\u2019ingenua certezza che colpendolo severamente il dissesto idrogeologico potr\u00e0 essere magicamente risolto: c\u2019\u00e8 il Sindaco che accusa la Regione di non aver azzeccato il codice colore dell\u2019allerta; c\u2019\u00e8 il cittadino che sui social se la prende col Consorzio di Bonifica e con la famigerata \u201ctassa\u201d regionale; probabilmente ci sar\u00e0 anche il magistrato che aprir\u00e0 un fascicolo per l\u2019accertamento delle responsabilit\u00e0, preludio dell\u2019ennesima interminabile e controversa vicenda giudiziaria in tema di calamit\u00e0 pi\u00f9 o meno naturali.<\/p>\n<h5><strong>Finch\u00e9 queste saranno le reazioni agli eventi idrogeologici calamitosi possiamo star certi che non verremo mai a capo del cronico problema del dissesto idrogeologico<\/strong><\/h5>\n<p>L\u2019alluvione in Toscana segue di pochi giorni la condanna in primo grado del Sindaco di Livorno, dopo cinque lunghi anni, per non aver gestito correttamente l\u2019alluvione del 2017 (si attendono le motivazioni della sentenza). \u00c8 di soli due giorni fa la notizia dell\u2019invio di informazioni di garanzia a sei sindaci, due funzionari dei vigili del fuoco e sei della protezione civile, per non aver saputo governare al meglio l\u2019alluvione delle Marche del settembre 2022. In entrambi i casi si tratta \u2013 come oggi in Toscana \u2013 di eventi previsti come codici arancione, ma poi trasformatisi in catastrofi maggiori.<\/p>\n<p>Finch\u00e9 queste saranno le reazioni agli eventi idrogeologici calamitosi possiamo star certi che non verremo mai a capo del cronico problema del dissesto idrogeologico, che ormai interessa in modo pervasivo l\u2019intera Nazione: il 94% dei Comuni italiani sono esposti a rischio di frana, di alluvione e di erosione costiera, ed oltre il 18% del territorio \u00e8 classificato a rischio elevato o molto elevato, secondo i dati ufficiali raccolti dall\u2019Ispra.<\/p>\n<h5><strong>Le cause del dissesto idrogeologico: dal cambiamento climatico all\u2019urbanizzazione<\/strong><\/h5>\n<p>Eppure l\u2019individuazione del colpevole \u00e8 molto semplice. Il dissesto idrogeologico, in Italia come altrove, \u00e8 causato dalla micidiale combinazione di due fattori, egualmente importanti: il cambiamento climatico, che porta all\u2019intensificazione degli eventi meteorologici estremi, e l\u2019urbanizzazione incontrollata del territorio, che determina l\u2019incremento degli elementi esposti a rischio e della loro vulnerabilit\u00e0, oltrech\u00e9 la progressiva impermeabilizzazione del suolo. Il responsabile di entrambi questi fattori \u00e8 uno solo: l\u2019attivit\u00e0 dell\u2019Uomo, attraverso la massiccia produzione di gas climalteranti e l\u2019inesorabile consumo di suolo che continua a crescere in Italia al ritmo di 70 ettari al giorno, come negli anni \u201960 quando la popolazione e l\u2019economia erano in costante crescita, a differenza di oggi.<\/p>\n<p>Su entrambi questi fronti purtroppo non si stanno attuando difese concrete: l\u2019Italia non si \u00e8 ancora dotata di un piano di adattamento ai cambiamenti climatici e il disegno di legge sulla limitazione del consumo di suolo \u00e8 fermo da anni su un binario morto in Parlamento.<br \/>\nSi continua invece ad assistere a capziose discussioni sulla correttezza della previsione degli eventi e sull\u2019efficacia del sistema di allertamento nazionale.<\/p>\n<h5><strong>La scienza e la tecnologia non permettono di elaborare stime certe sulla gravit\u00e0 dell\u2019evento. Di questo bisogna farsene una ragione: le previsioni e la loro incertezza intrinseca<\/strong><\/h5>\n<p>Se \u00e8 vero che il rischio idrogeologico, a differenza di quello sismico, pu\u00f2 considerarsi prevedibile, non \u00e8 altrettanto vero che le inondazioni e le frane possano essere sempre e comunque previste e, pi\u00f9 che altro, che se ne possano sempre predire con precisione le conseguenze. I modelli previsionali su cui si basa il sistema di allertamento nazionale sono intrinsecamente affetti da un elevato grado di incertezza, sia per quanto riguarda la componente meteorologica che, soprattutto, per gli effetti al suolo in termini di inondazioni e frane.<\/p>\n<p>Un\u2019allerta codice arancione pu\u00f2 trasformarsi facilmente in corso di evento in qualcosa di meno severo (definibile con il codice giallo) e, in qualche caso, in qualcosa di catastrofico (definibile con il codice rosso). La Scienza e la tecnologia attuali non permettono di elaborare stime certe sulla gravit\u00e0 dell\u2019evento e di definire con assoluta precisione gli scenari di rischio attesi. Di questo bisogna farsene una ragione.<\/p>\n<h5><strong>L\u2019alluvione nella Piana, le cause sono molteplici<\/strong><\/h5>\n<p>Esistono poi i concetti di caso fortuito e di forza maggiore, esplicitamente previsti nel nostro Codice penale (art.45). In questo episodio, che ha colpito il cuore della Piana di Firenze-Prato-Pistoia, si possono individuare molteplici cause predisponenti: fra queste, l\u2019eccessiva urbanizzazione di un\u2019area con scarsa capacit\u00e0 di drenaggio naturale, bonificata solo in epoca storica attraverso una rete di fossi e canali che, negli ultimi anni, sono stati deviati, manipolati e alterati, per assecondare le crescenti esigenze di sviluppo edilizio, forse senza troppa attenzione alla sicurezza idrogeologica del territorio; gli effetti del cambiamento climatico globale che \u2013 come si \u00e8 detto \u2013 provocano un\u2019intensificazione degli eventi meteorologici estremi e localizzati; la progressiva riduzione dei tempi di corrivazione del reticolo idrografico \u2013 con conseguente aumento dell\u2019impulsivit\u00e0 delle piene \u2013 determinata dal consumo di suolo e dall\u2019abbandono del reticolo idrografico minore; il possibile \u2013 ma non dimostrato \u2013 indebolimento degli argini dagli apparati radicali della vegetazione o dagli scavi di animali.<\/p>\n<h5><strong>Invece che cimentarsi in un\u2019inutile caccia al colpevole bisognerebbe tutti concentrare l\u2019attenzione sulle cose realmente utili da fare per mitigare il rischio idrogeologico<\/strong><\/h5>\n<p>L\u2019elemento fortuito, di palese forza maggiore, consiste nelle precipitazioni straordinarie ed eccezionali, impreviste e imprevedibili, che hanno interessato una vastissima area, estesa dalla Corsica, attraverso la Toscana settentrionale, fino alla Slovenia. Una pioggia di intensit\u00e0 tale da essere di per s\u00e9 causa necessaria e sufficiente a determinare l\u2019evento dannoso; anche perch\u00e9 si pu\u00f2 dimostrare come essa sia caratterizzata da un tempo di ritorno pluri-centenario, a fronte di una normativa tecnica che prescrive che gli argini, le opere di difesa idraulica e di stabilizzazione dei versanti debbano essere progettati per resistere a eventi con tempo di ritorno duecentennale.<br \/>\nLe cose da fare (e quelle da non fare)<\/p>\n<h5><strong>Invece che cimentarsi in un\u2019inutile caccia al colpevole bisognerebbe tutti concentrare l\u2019attenzione sulle cose realmente utili da fare per mitigare il rischio idrogeologico, restando ben consapevoli che la riduzione del rischio a zero non \u00e8 ormai tecnicamente pi\u00f9 fattibile.<\/strong><\/h5>\n<p>In primo luogo, bisognerebbe migliorare le attuali capacit\u00e0 di previsione degli eventi, sia per gli aspetti meteorologici, che per quelli idrogeologici \u2013 ovvero per degli effetti al suolo. Per questo sarebbe necessario unire le forze della comunit\u00e0 scientifica, della pubblica amministrazione e del settore privato per costruire un gemello digitale (digital twin) idrogeologico dell\u2019intera Nazione, ovvero una rappresentazione del territorio, con la sua idrografia, geologia, centri abitati e infrastrutture, tale da consentire simulazioni preventive e da formulare scenari di evento sempre pi\u00f9 precisi.<\/p>\n<p>Poi bisognerebbe agire sulle reali cause del problema, prendendo seri provvedimenti per limitare i fattori antropici climalteranti e per ridurre al minimo \u2013 se non azzerare \u2013 il consumo di suolo. Su quest\u2019ultimo aspetto si pu\u00f2 fare molto: sono necessarie una decisa semplificazione burocratica e delle opportune agevolazioni fiscali che rendano pi\u00f9 convenienti le ristrutturazioni e le riqualificazioni delle aree gi\u00e0 edificate e abbandonate, piuttosto che le nuove edificazioni su terreni \u201cvergini\u201d.<\/p>\n<p>Inoltre, \u00e8 necessario migliorare la pianificazione di protezione civile e collegarla in modo diretto con il sistema di allertamento nazionale, portando entrambi a conoscenza dei cittadini con il pieno utilizzo dei moderni sistemi di comunicazione e attraverso esercitazioni a tutti i livelli: il cittadino deve sapere prima cosa fare in caso di evento calamitoso, in modo da attuare tutte quelle misure di autoprotezione che consentono di limitare i danni a se stesso e agli altri.<\/p>\n<h5><strong>La cosa pi\u00f9 importante di tutte sarebbe l\u2019avvio di un grande piano di investimenti pubblici, per 2,5 miliardi di euro per anno<\/strong><\/h5>\n<p>Pu\u00f2 essere molto utile l\u2019introduzione di un sistema di copertura assicurativa obbligatoria contro le calamit\u00e0 naturali, come quello che \u00e8 stato proposto nello schema della Legge di bilancio approvato dal Consiglio dei Ministri. Questo non tanto per disimpegnare lo Stato dal risarcimento dei danni provocati da tali calamit\u00e0, quanto per avviare un percorso virtuoso tale da assecondare la percezione del rischio da parte dei cittadini e delle amministrazioni locali, attraverso la certificazione del livello di rischio per la determinazione del premio delle assicurazioni e per la valutazione del valore degli immobili e dei terreni.<\/p>\n<p>Infine, la cosa pi\u00f9 importante di tutte, sarebbe l\u2019avvio di un grande piano di investimenti pubblici, per i quali \u00e8 stato a pi\u00f9 riprese stimato un fabbisogno di 2,5 miliardi di euro per anno (pari all\u20191,5 per mille del PIL) comprendente invasi, casse di espansione, opere di sistemazione idraulica e forestale, interventi di stabilizzazione dei versanti. Le Autorit\u00e0 di bacino distrettuali hanno gi\u00e0 i piani per la difesa del suolo e la protezione idrogeologica, si tratta solo di attuarli. E per questo non bastano gli investimenti pubblici, serve anche la semplificazione del complesso di norme che ha reso i contratti pubblici eccessivamente complicati, alimentando anche qui un continuo e inutile contenzioso, rallentando l\u2019azione della pubblica amministrazione e danneggiando il settore privato, in particolare le piccole e medie imprese.<\/p>\n<p>Sappiamo quindi esattamente le cose che ci sarebbero da fare e quelle da non fare. Ma temo purtroppo, come la storia recente ci insegna, che non faremo le prime e che continueremo a fare le seconde.<\/p>\n<p>Fonte: <a href=\"https:\/\/www.intoscana.it\/it\/articolo\/opinione\/dissesto-idrogeologico-le-cose-da-fare-e-soprattutto-quelle-da-non-fare\/\">inToscana.it<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il professor Nicola Casagli, geologo dell\u2019Universit\u00e0 di Firenze, interviene nel merito della tragica alluvione che ha colpito la Toscana: \u201cInvece che cimentarsi in un\u2019inutile caccia al colpevole bisognerebbe concentrare l\u2019attenzione su ci\u00f2 che \u00e8 utile per mitigare il rischio\u201d \u00c8 successo di nuovo: le prime forti piogge autunnali hanno prodotto alluvioni e frane con ingentissimi 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